Una serata ricordando il grande scrittore giornalista appassionato della storia, con i piedi per terra e lo sguardo sulla realtà circostante, a cogliere vizi e virtù dell’animo umano.
Si è svolta ieri sulla terrazza rialzata del Fortino di Lido di Camaiore, la serata dedicata alla memoria di Manlio Cancogni, all’interno della rassegna “Racconti sospesi”, organizzata dal Gruppo Stampa Versilia: l’incontro è stato l’occasione per ricordare l’unicità di questo grande autore, celebre per le grandi inchieste sui più importanti quotidiani nazionali, fine scrittore che partendo dal vero costruiva le sue storie, ancorato alla realtà senza mai cedere alla fantasia astratta.


A ripercorrere frammenti della sua vita e della sua carriera, Umberto Guidi, Raffaele Capparelli e Adolfo Lippi . Come non ricordare la irriverente inchiesta pubblicata su “L’Espresso”, incentrata sulla corruttela urbanistica a Roma Capitale dal celebre titolo “Capitale corrotta, nazione infetta”, testimonianza di un giornalismo audace e battagliero. E le amicizie e le frequentazioni di spessore: con Carlo Cassola; con Giancarlo Fusco del quale fu pigmalione, portandolo con sé a Milano, introducendolo presso le migliori penne dell’epoca, di cui apprezzava il suo genio dell’affabulazione, la battuta sagace e lo spirito libero e anticonformista portato all’esasperazione; e il sodalizio con Mario Marcucci, il pittore viareggino di cui era grande estimatore e del quale aveva colto il tormentato legame di amore e odio con il mare, soggetto privilegiato dei suoi quadri di marine spennellate ad olio e ad acquarello.


Da ricordare anche quella volta che, nel ’46, decise di partire da casa sua a Fiumetto, in bicicletta, alla volta della città labronica per assistere alla partita della sua squadra del cuore, ma prima fece una deviazione per Coltano per visitare il campo americano in cui erano reclusi i condannati fascisti; tra costoro c’era il poeta americano Ezra Pound: chiese di poterlo omaggiare, nonostante le distanti vedute politiche: lo aveva trovato in un misero gabbione e ciò lo aveva molto contrariato, come raccontato da Adolfo Lippi. A 90 anni non lesinò neppure di salire su un elicottero della protezione civile in perlustrazione sul territorio martoriato dalla tragica alluvione del 16 giugno 1996 in Alta Versilia; ciò che vide lo portò a scrivere pagine di denuncia sullo scempio ambientale che aveva portato alla morte di 15 persone, travolte dalla furia delle acque. Tutto questo è Manlio Cancogni: non allontanarsi mai dai fatti che sono la realtà delle cose, e il senso di una professione intesa come militanza e impegno civile, stella polare per il giornalismo moderno oggi sempre più in difficoltà, come ricordato da Umberto Guidi anche per l’ampio ricorso alle querele temerarie, azioni legali infondate utilizzate per intimidire e ostacolare il lavoro dei giornalisti di inchiesta.


Alla memoria di Cancogni il Gruppo Stampa Versilia, per mano del suo presidente Raffaele Capparelli ha consegnato ai due nipoti presenti all’evento una targa commemorativa con l’iscrizione ad honorem al Gruppo, intestando simbolicamente al “padre del giornalismo di inchiesta in Italia e indimenticato cantore della nostra Versilia” la tessera numero 100.
Michela Gemignani, GSV
@photo Paola Nizza, GSV


















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